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L’autore di Gomorra ipotizza che i responsabili dell’assalto al portavalori avvenuto nei giorni scorsi sull’Aurelia possano essere sardi
Le recenti dichiarazioni di Roberto Saviano sulla criminalità in Sardegna hanno scatenato un acceso dibattito. Lo scrittore, in un video pubblicato sui suoi canali social, ha collegato l’assalto a un portavalori sull’Aurelia a una banda di origine sarda, sottolineando che la Sardegna “produce crimine, ma non mafia”. Questa affermazione ha suscitato reazioni contrastanti, con alcuni che hanno difeso Saviano, sostenendo che parlare di criminalità non significa diffamare un territorio, e altri che hanno criticato le sue parole come generalizzazioni ingiuste.
Saviano ha ribadito la sua posizione, affermando che «L’assalto al portavalori sull’Aurelia è avvenuto da parte di una banda di rapinatori sardi. Lo sappiamo perché un video ha raccolto alcuni momenti dell’azione. E si sentono alcuni banditi con l’accento sardo».
I social, neppure a dirlo, hanno immediatamente amplificato le dichiarazioni dello scrittore napoletano. E se molti hanno sottolineato l’importanza di affrontare il problema della criminalità senza alimentare stereotipi, altri hanno criticato Saviano per aver stigmatizzato un’intera regione. Tra le reazioni più accese, spiccano quelle di esponenti politici e rappresentanti locali delle istituzioni, che hanno invitato lo scrittore a visitare l’isola per conoscere meglio la realtà sarda.
Don Gaetano Galia cappellano del carcere di Bancali e referente della Pastorale penitenziaria in Sardegna, insignito nel 2024 del Candeliere d’Oro, in un commento sui social invita invece alla riflessione e a capire, con una punta polemica finale, il senso delle dichiarazioni dell’autore del romanzo Gomorra, bestseller con oltre 10 milioni di copie vendute nel mondo. «Scusate il mio intervento, lavoro in carcere e so di cosa parlo. Il titolo ( riferito a un articolo di un quotidiano online) è fuorviante e non aiuta a capire bene ciò che vuol dire. Io non devo difendere nessuno, nemmeno Saviano. Dice una realtà molto ovvia. In Sardegna non si è mai sviluppata l’organizzazione di tipo criminale e mafiosa, camorristica, tipica del Sud Italia. E lo spiega. Noi sardi non siamo facili a farci mettere sotto da un capo. Siamo un po’ lupi solitari. Lo possiamo fare per un obiettivo specifico, tipo rapina o i vecchi sequestri di persona, ma non sopportiamo a lungo un capo che decide per noi. Cosa ci sarà di male in questa affermazione. Poi mica sta dicendo che tutti sardi sono criminali. Dai imparate a leggere ciò che dice l’altra persona, invece che istruire in quarta in maniera istintiva. E soprattutto facciamo attenzione a abbassare la guardia, perché dove ci sono soldi, vedi Nord Italia (Lombardia) le mafie arrivano in picchiata. E per esempio, dai dati, non lo dico io, Olbia rischia molto. Adesso insultate anche me. Mi metterò a piangere di sicuro. Un abbraccio a tutti, soprattutto a chi deve offendere per esprimere il proprio parere».
Ma la discussione sui social riflette un tema più ampio: il delicato equilibrio tra la necessità di denunciare fenomeni criminali e il rischio di stigmatizzare un’intera popolazione. La polemica continua a infiammare il dibattito pubblico, evidenziando quanto sia complesso affrontare argomenti così sensibili.
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