Diversi ma (ugualmente) campioni: a tu per tu con Gian Pietro Simula dell’Asinara Waves
Archetipo dell’ombra: il lato oscuro della nostra psiche

di Antonio Unida
Garante territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale
Poter guardarsi dentro: è questo che dona la possibilità di accettarsi e lentamente imparare a gestire in modo sufficientemente buono i propri fantasmi.
Care amiche e cari amici che seguite la rubrica, è inutile nasconderci: tutti “dentro di noi abbiamo un’Ombra, un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo imparare ad accettare”, facendo nostro il prezioso consiglio del Maestro Carl Gustav Jung.
Ma che cosa è l’Ombra? È quella parte di noi che è dotata di una dinamica quasi demoniaca che stentiamo a riconoscere – giacché essa coincide si può dire con l’inconscio personale – e che tuttavia, instancabilmente, in maniera diretta o indiretta, ci perseguita.
L’Ombra è insita dentro ognuno di noi, non possiamo farne a meno; eppure, quando si tratta del responsabile d’un reato, la collettività si schiera in maniera accanita e rancorosa nei suoi confronti, al punto che, quando non arriva a chiedere di buttar via la chiave che lo trattiene in carcere, quasi pretende che egli abbandoni per sempre la propria Ombra qualora voglia essere riammesso in società. Pretende insomma dal “colpevole” una riparazione maniacale; domanda al reo che nel corso della sua permanenza dietro le sbarre, questi si purifichi totalmente e incondizionatamente dal male che lo ha accompagnato e che lo accompagna.
Per chi non ha una certa familiarità con certe tematiche, forse tale discorso potrebbe apparire un po’ oscuro, ma ciò che non si riesce o non si vuole comprendere è che, in fondo, l’Uomo (ogni Uomo, non solo un detenuto, e ogni Donna, non solo una detenuta) ha un bisogno profondo di dialogare con la propria Ombra, con il suo doppio. La posta in gioco, allora, non riguarda la “redenzione”, la “purificazione del male”, quanto piuttosto aiutare chi ha commesso uno sbaglio, perché da soli non si cambia. Aiutarlo a entrare sempre più in contatto con quello che molti – troppi oserei dire – là fuori e dentro le Istituzioni, vorrebbero venisse cancellato per sempre: la propria Ombra, la parte più opaca e più oscura di noi, che chiede in fondo d’essere avvicinata, domanda che le venga dato un nome.
La convinzione è che tutti, al fianco di un esperto che venga eletto di fiducia, possano riuscire a intraprendere un nuovo cammino, che non è detto non sarà certamente privo di cadute e di riprese.
All’interno del carcere, dopo anni di detenzione, se si è accompagnati da una guida competente, ci si può rendere conto della propria devianza e guardarsi davvero dentro per tentare di capire da dove e perché possa essere scaturito un gesto violento, di modo che, ad un certo punto del proprio percorso, la devianza in questione faccia capolino (vediamo ad esempio il caso di uso e abuso e/o di spaccio di sostanze stupefacenti tra i detenuti, giacché purtroppo la droga è una piaga che continua a dilagare all’interno delle Strutture). Allora si assiste a quell’oscillazione del pendolo che tanto preoccupa le Istituzioni penitenziarie nonché quella parte di società che pretende di avere restituiti nel consorzio sociale Uomini nuovi.
Perché nessuno, tanto meno dentro una Struttura, cambia da solo; ma insieme si può: si possono finalmente riuscire a guardare le proprie Luci e le proprie Ombre, donandosi la possibilità di accettare la complessità che ci contraddistingue come esseri umani, la quale lentamente può restituire al mondo una persona nuova, capace di poter gestire in modo sufficientemente buono i suoi fantasmi, di compiere delle torsioni fino ad allora inesplorate, per non soffocare egli stesso sotto il peso dei propri reati.