
Quando ci domandiamo cosa possiamo fare per gli altri, molto spesso pensiamo a cose astruse e complesse e invece ne sottovalutiamo una molto importante: l’ascoltare
di Antonio Unida
Ben ritrovati Amiche ed Amici miei, nel nostro quinto incontro, desidero raccontarvi un colloquio, avuto pochi giorni fa, con una Persona detenuta.
«Mi chiamo Akim (nome di fantasia) sono straniero, di madre straniera e padre italiano.
Son venuto qui in Italia nei primi anni ‘80 e ho la cittadinanza italiana. Essando arrivato qui da ragazzino è stato facile inserirmi qui, non ho avuto nessun problema.
Mi mamma aveva sedici anni quando rimase incinta di me, e mio padre non c’era, il mio padre naturale intendo. Sono rimasto senza padrè finché non ho conosciuto il mio papà attuale, e poi siamo venuti in Italia.
Quando siamo venuti qui mio padre ha continuato a lavorare all’estero, e io e mia mamma eravamo sempre a casa. Ero un bambino abbastanza irrequieto, lo sono sempre stato, e verso i 13-14 anni ho iniziato a rendermi conto di avere grosse difficoltà con gli altri:disagi, insicurezze… iniziai così a bere. All’inizio poco, quel tanto che mi serviva per avere una certa spontaneità. Era un modo per riuscire a stare con le persone, quando bevevo mi sentivo a mio agio.
Però a un certo punto, l’alcol non mi è bastato più, ho alzato il livello, e sono arrivato, a 22 anni, a fare uso di cocaina. Con lei sono arrivati i problemi seri, sono andato via di casa e ho iniziato a commettere i primi furti per procurarmi la droga e così ho conosciuto il carcere.
Ora, qui, può sembrare un paradosso, mi sto rendendo conto delle cazzate che ho fatto, in primis a me, poi verso i miei genitori, e i miei amici. Non ho commesso reati gravi, ma è giusto che paghi per le mie colpe. Sto iniziando pian piano ad ascoltarmi, proprio qui, in questo posto, senza l’alcol e le droghe, sto iniziando a capire, sto pian piano cercando di ascoltarmi per poter ascoltare.
Mi fa piacere che lei, non mi abbia interrotto nel mio discorso, mi ha saputo ascoltare. Ora in tutta confidenza, le dico che il mio fine pena si avvicina, e ho una fottutissima paura di uscire, di reinserirmi nella cosiddetta “società civile”, perchè sento che mi mancano alcuni fondamentali strumenti, ripeto…grazie, grazie, grazie per il suo profondo ascolto, mi aiuti!»
Amiche ed Amici miei, che dirVi, che sciverVi, questo è un piccolissimo esempio, per sottolineare l’importanza di una “cosa” fondamentale in un confronto da Persona a Persona: l’ascolto.